>> Murano Glass: lampadari murano lampade vetro murano lampadario cristallo murano

Cerca

Vai ai contenuti

Menu principale:


Il vetro di Murano - parte quinta

Info > Il vetro di Murano

Continua da pag. 181



La Murano Design riunisce, in diverse fornaci, giovani maestri che condividono la grande passione per l’arte vetraria di cui vantano un’esperienza ventennale.
Ivan, Alessandro e Filippo realizzano pezzi artistici dalle forme e dai colori unici, utilizzando le più svariate tecniche di lavorazione: dall’incalmo, alla filigrana, alle murrine. Utilizzano uno stile classico avvalendosi, però, del design. Le opere realizzate interamente a mano sono garantite nella loro originalità dalla firma incisa su ogni pezzo.



Pag. 182



Nel 1947, trasferendosi dalla natìa Napoli, Guido De Majo arriva in Laguna dove fonda la sua prima fornace. È un’azienda relativamente piccola che, però, grazie ad una attenta strategia aziendale rivolta alla qualità della produzione, in breve tempo diviene una vera e propria industria: la De Majo Illuminazione, da sempre pronta a cogliere le novità che investono continuamente l’industria vetraria.
Negli anni ’60 il design diviene parte integrante dello scenario produttivo: la De Majo non esita a investire in questo settore e, così, alla produzione di alto artigianato tradizionale affianca la produzione seriale.
La De Majo è la prima a Murano ad aver creduto nel design che le ha permesso di allargare notevolmente il suo mercato.
L’azienda, sin dalle origini, si rivolge, dunque, ai designer lasciati totalmente liberi di esprimersi, al fine di ottenere il miglior prodotto possibile.
Si tratta di un prodotto serializzato ma, nel contempo, esso è il risultato delle capacità espressive dei suoi creatori. È un prodotto dotato di un’anima e di una coerenza progettuale tra esigenze estetiche e funzionali.
I designer che operano presso la De Majo, nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi che per nulla tradiscono l’immenso patrimonio culturale italiano, arricchiscono il linguaggio secolare vetrario con espressioni moderne, capaci di esaltare ulteriormente tale arte.
Nella consapevolezza che il lampadario veneziano è importante ma impegnativo nel collocarlo nello spazio, l’azienda ha dato vita ad un vero e proprio laboratorio di progettazione che realizza lampadari sulla base delle necessità dei clienti.
Tutti i lampadari possono essere personalizzati, trasfigurati, modificati nelle misure, nei colori, nelle proporzioni e nelle fattezze.
Il risultato è garantito e, comunque, sempre ottimale e soddisfacente.



Pag. 183

Anche la Sylcom, da sempre dedita all’eleganza classica caratteristica della secolare tradizione muranese, è capace di adattarsi alle nuove esigenze contemporanee elaborando una propria innovativa filosofia rivolta alla continua ricerca di forme e stili.
Azienda dedicata esclusivamente all’illuminazione, la Sylcom offre prodotti innovativi capaci di soddisfare il mercato più esigente.
“Nuovi orizzonti estetici accendono soluzioni sorprendenti, inusuali nell’accostamento di temi stilistici diversi e di cromatismi raffinati. Una creatività che viene sviluppata sia da progettisti aziendali che da designer esterni, all’insegna del gusto che fa tendenza16”.

16 Dal sito della Sylcom: www.sylcomsrl.com



Pag. 184

Gondola e Vetro: due importanti simboli della tradizione veneziana

Amare senza sognare è come visitare Venezia senza andare in gondola
André Mirabeau

Pag. 185


La decisione di dedicare un capitolo alla gondola è dovuta alla costatazione che questa imbarcazione ha molteplici analogie e punti in comune con il vetro.
Come il vetro, infatti, anche la gondola:
o ha origini antichissime;
o è una tradizione per Venezia e fortemente vincolata ad essa,
o è uno dei vari simboli di Venezia;
o è unica, irripetibile, inimitabile e con caratteristiche proprie ben definite;
o è un’arte: per la costruzione essa implica una lavorazione e delle abilit{ manuali, tecniche e scientifiche particolari che si sono sviluppate nel corso dei secoli, dando vita a specifiche figure professionali tutt’ora importanti ed attive;
o viene realizzata in luoghi particolari e caratteristici proprio perché conformi all’ambiente lagunare a cui devono adattarsi;
o nel corso dei secoli ha rappresentato il lusso dei nobili;
o è stata oggetto di diversi decreti ed atti dogali tesi a limitarne alcuni valori perché, talvolta, minacciosi per la legittimazione della Serenissima;
o risente della globalizzazione e delle nuove tecnologie che invadono il settore nautico proponendo modelli di barche sempre più efficienti e consoni a soddisfare le esigenze moderne;
o per la sua salvaguardia e tutela si sono costituite leggi e sono sorti comitati specifici che hanno agito per la valorizzazione di quest’arte;
o è un’arte che nel periodo odierno del consumismo e della globalizzazione rischia di scomparire e per questo va salvaguardata; purtroppo essa non gode della tutela di specifiche leggi statali o di provvedimenti burocratici che la considerino come un vero e proprio patrimonio, quale realmente è;
o come il Vetro di Murano essa è tutelata a livello regionale da un apposito Marchio;
o è sempre stata oggetto di attenzione da parte di artisti, sia locali che internazionali.

Pag. 186

Insieme al Leone di San Marco la gondola è un simbolo di Venezia.
Non si sa bene quando essa sia nata con precisione, ma è sicuro che la sua citt{ d’origine è stata Venezia. L'antenata della gondola si chiamava scaula ed era un'imbarcazione a remi decisamente più tozza, dalla forma a guscio di noce. Con il passare delle generazioni la gondola assunse un aspetto decisamente più slanciato con la tipica carena piatta, perfetta per non incagliarsi nei bassi fondali della Laguna.
Sulla base di un racconto popolare veneziano sarebbe possibile risalire all’esistenza di una gondola già nell'809, anno in cui la sede del Governo di Venezia dovette trasferirsi da Malamocco a Rialto a causa dell’invasione dei Franchi. Infatti, proprio in quell'anno,


Estrella, figlia del Doge Agnello Partecipazio che si batté contro i Franchi per l'indipendenza di Venezia, si recò su una bella gondola, da Pipino (il figlio di Carlo Magno) per trattare un armistizio e pregarlo, invano, di non inseguire i veneziani che si erano rifugiati su alcune isole di Rialto. Pipino aveva fatto costruire una diga per assalire la città di Rivoalto, l’attuale Venezia, dopo la conquista di Malamocco. Il tentativo di Estrella, chiamata la Rosa di Venezia fu invano e la giovane dovette congedarsi. Ma, nel corso delle trattative, nessuno si rese conto che il flusso della marea aveva sommerso totalmente la diga e le secche nei pressi di Malamocco. Grazie all’ottima conoscenza dell’idrografia, dei canali e dei fondali della laguna, le armate veneziane colsero l’occasione per attaccare e Pipino e i Franchi furono sconfitti1. A prescindere dalla leggenda, un primo atto ufficiale, dove si parla della gondola, è del 1094 e porta la firma del grande Doge Vitale Faliero. Nel decreto dogale si cita ufficialmente una gondulam.
In qualsiasi parte del mondo ci si trovi e si veda un ferro da gondola o anche una semplice riproduzione di questa barca, è impossibile non richiamare alla mente Venezia e la sua storia. Etimologicamente parlando, la parola gondola può avere diverse origini: qualcuno fa derivare il termine dal latino cymbula (barchetta), concula (conchiglia ma anche arca o cassa) o cunula, termine che indica “cosa che oscilla e ondeggia”; oppure dal veneziano antico gonda, o ancora, dal francese gondole, il nome di una piccola tazza dalla forma che ricorda la gondola. Ma vi può essere anche una derivazione dal greco condy (navicella)o kuntelas dovuto all'unione delle parole kontos (corto) e helas (navicella).
Tuttavia, la derivazione più appropriata è stata fornita dal Mutinelli che ha chiarito: “Questo nome, viene da cymbula, barchetta. Pronunziandosi anticamente la y come la u e bene spesso cangiandosi dai veneziani la c in g, nacque la voce gundula, poi gondola”.
Vi sono state parecchie critiche a questa spiegazione, in quanto la corretta traduzione sarebbe gongola. Tuttavia qualche scrittore fa derivare il termine gondola dal popolo che, con tale termine, riusciva a rendere più evidente l’idea di onda e ondulazione.

1 Sempre secondo la leggenda, Estrella fu accolta gloriosa a Rialto e festeggiata per essere riuscita a sconfiggere i Franchi usando l’astuzia. Mentre la giovane si accingeva a raggiungere rialto sulla sua gondola, una grossa pietra gettata da una catapulta colpì la barca che affondò. La bella Estrella scomparve tra le acque. Invani furono i tentativi di ritrovare il corpo. In sua memoria, nel punto in cui ella scomparve, fu eretto il ponte di Rialto.


Pag. 187

È nata grezza: s’è fatta svelta, tagliente, signorile, agile e astuta.
È nata certo tozza e panciuta, come mostrano le vecchie incisioni del quattrocento e primo cinquecento.
I canali, serrandosi, addossando quasi l’un palazzo all’altro, man mano che Venezia si popolava più densa, creando crocicchi, svolte brusche e inattese girandole dell’acqua sotto l’arco dei ponti sempre più stretti, sempre più numerosi, l’hanno scarnificata, l’hanno allungata, le hanno imposto quel cauto, felino, felpato tentennar danzante che si ritrae e s’avventa, indugia e sparisce, palpita, s’inchina, si raddrizza e spia, sgusciando attraverso una sola fenditura di luce.
L’ombra le ha regalato il colore soffice e fondo, vellutato e muschioso delle ombre veneziane:
la dovizia dei palazzi dalle scalee coperte di tappeti, ai piedi delle quali la gondola ha dovuto accovacciarsi paziente e lusinghiera, sotto la pioggia d’oro delle trifore accese e delle lanterne appese, fra la piccola folla serrata dei pali stemmati, l’ha resa così aristocraticamente superba, galante, severa e inconfondibile3.

Come risulta evidente dalla descrizione coinvolgente di Gino Rocca4, la gondola è arrivata alla sua attuale struttura attraverso molte trasformazioni ed evoluzioni. Va sottolineata una sicura influenza levantina dalla quale la gondola ha ereditato la sua magica eleganza orientale. L'attuale forma della gondola risale al 1600 epoca in cui gli squeraroli per ridurre la superficie d'attrito con l'acqua, senza incidere sulla lunghezza dell'imbarcazione (circa 11 m) le diedero una forma "a falce di luna" portando gran parte dello scafo (prua e poppa) fuori dall'acqua.


Sempre allo scopo di ridurre la resistenza di quest'ultima spostarono anche l'asse della mediana della gondola lungo una linea obliqua. In tal modo l'imbarcazione, sotto la spinta della vogata (ottenuta con un remo solo issato sulla poppa ed a sinistra) sbanda verso destra e quindi sull'acqua non scivola tutto il fondo piatto della gondola trasformazioni.
Oggi la gondola è un’imbarcazione di 280 pezzi, che presenta le caratteristiche che il più famoso squerarolo Domenico Tramontin ha stabilito, nel definire la forma attuale della gondola nei primi anni del '9005.: ha una lunghezza paria 10,75 metri e una larghezza media di 1,40 metri. Il legno utilizzato per costruirla è di varie qualità: quercia, abete fino del Cadore, noce di campagna, ciliegio, larice e radice d’olmo. Tali legni vengono curvati al fuoco di cannelle di palude per mano abilissimi squeraroli maestri d'ascia esperti che devono sagomare la gondola su speciali modelli (i "sesti") e curvare vari pezzi lignei al fuoco. Solo così loro riescono a donare alla gondola un equilibrio meraviglioso poiché all’occhio profano sembra si capovolga ogni momento. La gondola, infatti, ha una caratteristica forma asimmetrica (verso destra), creata appositamente per permettere al gondoliere di vogare con minore sforzo.

3 Rocca Gino, La gondola , Milano Pizzi 1936.
4 Gino Rocca (Mantova, 22 febbraio 1891 – Milano, 13 febbraio 1941) è stato un giornalista, scrittore e drammaturgo italiano. Autore di oltre novanta commedie, in parte in dialetto veneto, portate a teatro da numerose compagnie e rappresentate fino ai giorni nostri.
5 si ricordano altri due importanti maestri che in tempi più recenti hanno dato il loro apporto allo sviluppo e alla salvaguardia della gondola: Corrado Costantini e Giovanni Giuponi.

Pag. 188

La gondola viene dipinta di colore nero, per i veneziani il colore dell'eleganza. Tuttavia molti sostengono che il colore nero della gondola fosse dovuto al lutto per la peste del 1630 seppur il colore del lutto a Venezia, durante la Repubblica Serenissima, fosse il rosso.

Fino al '500 la gondola poteva sfoggiare vari colori e ornamenti, proibiti però, successivamente, da decreti del Senato. Il primo decreto con cui la Serenissima ha colpito la gondola risale al 1562: la Repubblica di Venezia, con i Provveditori alle Pompe, emanò, infatti, una serie di provvedimenti e ordini al fine da limitare le spese superflue per il bene dello Stato e dei suoi cittadini.
Con tale decreto fu stabilito l’assoluto divieto di addobbare la gondola con sete ricamate in oro e drappeggi vellutati sfarzosi, ordinando (sotto forma di consiglio) che le quasi 3000 gondole di casada6 si limitassero nell’uso di intarsi dorati, abolendo tutti i suppellettili di lusso.
E un secondo decreto, nel 1584, riportava: “niun barcarol ardisca vogar le gondole troppo riccamente ornate sotto pena di pregion, gallea et altro”.
Seppur tali ordinanze vennero seguite ed accettate da tutti i sudditi della Serenissima, in un brevissimo tempo si ritornò al primitivo lusso. Un lusso che però si indeboliva sempre più, man mano cha la Serenissima subiva pesanti contraccolpi nelle piazze commerciali d’Oriente e vedeva la sua finanza locale sempre più instabile.



Non mancarono, così, ulteriori richiami ai ricchi da parte dei Provveditori che invitavano a moderare lo sfarzo e il lusso, arrivando ad imporre pesanti tributi e pene tese a bloccare lo sfoggio delle proprie ricchezze.
Questo fu il passaggio cruciale che portò alla cosiddetta gondola nera, simbolo vero e proprio di lutto dovuto allo sfaldamento della Serenissima.
Per quanto concerne, invece, il ferro della gondola, esso da sempre è luccicante seppur abbia anch’esso subito trasformazioni nel corso dei secoli. Rispetto alla forma attuale, il ferro, nel corso dei secoli chiamato anche rostro o delfino, agli inizi era lavorato quasi d’intarsio.
Per tradizione nella parte superiore del ferro si indica il copricapo, corno, ducale mentre, nei sei denti, i sestieri di Venezia e la Giudecca. Tuttavia c’è chi attribuisce ai denti del ferro le frange del gonfalone della città.
Seppur oggi abbia una funzione prevalentemente decorativa, alle origini il ferro, dal peso di circa 15 kg, veniva comunemente applicato nella parte prodiera per mantenere l'equilibrio in senso longitudinale della gondola. Esistono ancora due elementi della gondola molto importanti ma oggi caduti in disuso ed esposti come veri e propri cimeli nei musei internazionali: la forcola, il supporto del remo, e il felze, piccola cabina chiusa a metà della gondola ed era come un salotto dell'epoca, perfetto per gli incontri galanti, nascosto dagli occhi dei curiosi. Il felze era arredato con sofà, specchi e lumiere e posto nella parte centrale dell'imbarcazione, per proteggere i viaggiatori dalle intemperie. Il nome deriva da felci che, in passato, sistemate su apposite centine, riparavano i passeggerei dai raggi solari.

6 Ogni famiglia nobile di Venezia aveva al proprio servizio un gondoliere privato detto de casada.


Pag. 189

Le "forcole", la cui etimologia deriva dalla forcella o morso, possono essere sino a 4 in una gondola, ma quella che oggi riveste la massima importanza agli effetti della propulsione è quella di "poppa". Essa è fabbricata in un unico pezzo di noce, come un braccio piegato a gomito, quasi ad angolo retto, alzato a presentare la forcella di appoggio per il remo, a 40 cm circa dal bordo della gondola. Con la sua forma speciale, essa consente di variare in molti modi le posizioni del remo.

Costruire i remi e le "forcole" richiede notevole perizia e abilità, caratteristiche di veri e propri specialisti, detti remeri7. I remi vengono costruiti in legno di faggio di vecchia stagionatura. Dovendo avere una pala molto larga, si riporta sulla lunghezza della astella una striscia rastremata detta coltello, che si presenta con uno spessore progressivamente minore dal basso verso l'alto Le dimensioni di questa aggiunta hanno una grandissima importanza per gli effetti della voga, consentendo uno sforzo proporzionato.
Quella dei Remeri è una fra le più antiche corporazioni di Venezia. Il suo statuto di risale al 1307 comprendendo sia i maestri remeri che avevano bottega e lavoravano per i privati, sia i maestri remeri dell'Arsenale.


Lo squero è una sorta di cantiere per la costruzione di gondole e comuni imbarcazioni. Il suo nome sembra derivare dal greco eskharion (cantiere, piccolo scalo per il varo) anche se qualche studioso lo farebbe derivare da squara, lo strumento usato dai carpentieri.
L'arte di costruire imbarcazioni era vitale per Venezia e gli "squèri" costellarono la città. Vi erano squeri di diverse dimensioni: da quelli più piccoli per la costruzione o la semplice riparazione di piccole imbarcazioni, a quelli più grandi, nei quali potevano prender corpo imbarcazioni di una certa stazza o addirittura navi (gli squeri da nave), fino a quell'enorme "squero di Stato " che era l'Arsenale, attivo in Venezia fin dal XII secolo. Nella pianta di Venezia attribuita ad Jacopo de' Barbari del 1500, si vedono con precisione di dettagli molti squeri. Una caratteristica di tutti gli squeri è, infatti, la presenza del piazzale inclinato verso il canale.
Dalla metà del XIV secolo, il governo veneziano cominciò a penalizzare gli "squeraroli" favorendo i dipendenti "statali" dell'Arsenale, denominati arsenalotti, vere maestranze specializzate : Marangoni (carpentieri), Calafati, Remeri. Seppur la politica del governo veneziano fosse tesa a mantenere il controllo totale sulla produzione navale8, nel 1607 fu concesso agli Squeraroli di riunirsi in Scuola e specializzarsi nella costruzione di imbarcazioni di tipo lagunare-adriatico come burci, bragozzi, peate (chiatte), gondole, ecc.
Al giorno d'oggi sono pochi gli squeri sopravvissuti alla decadenza della città e al successivo impatto tecnologico: alcuni continuano a produrre le tradizionali imbarcazioni lagunari ed un piccolo gruppo costruisce gondole. Un tempo esistevano decine di squeri in città: solo nel '500 circolavano circa 10.000 gondole
Un decreto precedente, nel 1433, fece spostare in Arsenale la maggior parte degli squeri che era distribuita lungo le sponde del Canal Grande, in quanto essi ostacolavano la navigazione.

7 Presso la Chiesa della Salute, tra S. Gregorio e la Fondazione Guggenheim si trova il laboratorio artigianale di costruzione di forcole e remi da gondola condotto da Saverio Pastor. Un altro laboratorio che produce remi e forcole da gondola si trova a S. Polo.
8 Elemento vitale per la Serenissima.


Pag. 190

Attualmente gli squeri rimasti in centro storico sono solo due: lo Squero di San Trovaso e lo Squero Tramontin. Le gondole attualmente sono circa seicento.
Ormai la maggior parte dei veneziani usa la gondola, e non sempre, quasi esclusivamente per i matrimoni e i funerali. Il posto delle gondole, è stato preso da rumorose barche e motoscafi con motori anche di elevata .
potenza che inquinano e creano il famoso moto ondoso, pericolo per la navigazione delle poche gondole rimaste e causa di erosione delle fondamenta delle case poste sui canali.
In passato anche i Carabinieri avevano le loro gondole che vennero, però, eliminate gradualmente nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Da un punto di vista operativo la gondola forse non era l'ideale ma vi lascio immaginare la suggestiva potenza pittorica di una pattuglia di Carabinieri in gondola, con i loro mantelli ed i purpurei pennacchi, nel paesaggio veneziano vivido, capriccioso ed attraente.
Ma la gondola è sempre stata oggetto amato da poeti, scrittori, artisti e musicisti che nelle loro opere decantano gondole patriottiche, gondole tragiche, gondole asilo di dolci amori, gondole ispiratrici di poemi, drammi passionali, commedie…
In particolare desidero riportare due brani che rappresentano il grande amore per la gondola di due personaggi, dalle personalità stravaganti, che hanno caratterizzato la storia della pittura veneziana del 1900: Peggy Guggenheim e De Pisis.

“Avventurarsi per rii e canali era per Peggy motivo di grande piacere. Nei primi tempi del suo soggiorno a Venezia sarebbe andata in gondola per giornate intere e non se ne stancava mai. Poi ridusse i suoi vagabondaggi a quattro ore al giorno, infine a due. Comunque nulla poteva impedirle di fare il suo giro quotidiano in gondola, all’ora del tramonto, quando l’atmosfera è più suggestiva. Qualsiasi cosa stesse facendo, quando arrivava l’ora, abbandonava tutto immediatamente, per non perdere neppure un minuto di questa straordinaria gioia. In compagnia dei suoi cani, lungo i canali di quella città che sentiva sua più di qualsiasi altra, Peggy godeva ogni istante quasi con voluttà9”.

9 Paolo Barozzi, Peggy Guggenheim. Una donna, una collezione, Venezia, Rusconi Immagini.

Pag. 191

“Uno dei prossimi giorni voglio andar a riveder, qui a Venezia la casa di De Pisis a San Bastian (…). De Pisis, cioè cavaliere di stirpe, gentiluomo, era ciò che egli non cessava un istante di sentirsi, De Pisis eques egli fu sempre a Venezia: sia quando raggiungeva i posti dove andava a dipingere assieme a un valletto che gli portava pennelli e colori, come in altri tempi un araldo avrebbe recato le insegne del suo duca, sia quando si faceva condurre per canali e per rii a bordo della propria gondola, dai remi rigati coi suoi colori gentilizi, abbandonato sui cuscini neri sotto lo schienale barocco a intagli dorati sul quale, se non erro, l’arma dei Tibertelli appariva addirittura sormontata o timbrata, come si dice in araldica, dal berretto dogale10”.

Ma la gondola può essere anche il simbolo del riposo e della pace che permette di gustare quel romanticismo che i poeti hanno tanto decantato, quella pace e rilassamento spirituale e corporale che gli scrittori hanno celebrato nei loro romanzi. A tal proposito vale la pena di ricordare i versi di un poeta dialettale, Ettore Bono:

…la furia a Venezia,
credeme, no taca.
Progresso! Giustissimo!
L’afar! Sissignor!
Ma un’ora de gondola
Fa ben per el cuor.”

Il gondoliere, o barcaiolo, è colui che conduce la gondola. Egli è solitamente descritto come una persona mite e gioconda, seppur nell’ 800 qualche scrittore li ritraeva mordaci, violenti e aggressivi all’apparenza, nella sostanza bonaccioni. E ancora, nel corso del XVI secolo, il Garzoni11, attenendosi ai soprannomi12 che venivano loro affibbiati, li giudicava senza creanza e senza verità.


10 Pier Antonio Quarantotto Gambini, il Poeta Innamorato, L’anello d’oro-Edizioni Studio Tesi
11Giovanni Garzoni (1419-1505) era figlio del nobile Bernardo Garzoni. Studiò letteratura e oratoria a Bologna, Firenze e Ferrara, portando a compimento la formazione con Lorenzo Valla a Roma dove risiedette fra il 1455 e il 1458. Per volontà del padre, tuttavia, tornò poi nella città natale per dedicarsi agli studi di medicina: influì certo anche il bisogno economico, se è vero che Garzoni nel frattempo si era coniugato e aveva avuto quattro figli.
Ottenne la laurea nel 1466 (molto soffertamente a causa delle stringenti necessità familiari) e intraprese la carriera professionale e accademica. Le sue qualità gli meritarono l'incarico di medico di Giovanni II Bentivoglio e presso gli ordini religiosi dei Domenicani e degli Agostiniani. Pur eccellendo nell'arte medica e nell'insegnamento, non perse mai di vista gli studi umanistici, con particolare attenzione a Cicerone, Tito Livio, Sallustio, Agostino e Girolamo, e lasciò in questo campo numerosi lavori storici, filosofici e agiografici.
Non gli mancò l'impegno politico: nel 1467 fu membro del Consiglio degli Anziani e in seguito ambasciatore di due papi (Alessandro VI e Pio III). Resse anche una scuola privata di retorica che attrasse studenti italiani, polacchi, spagnoli, tedeschi e di tutta Europa.
12I soprannomi più noti, e usati ancora oggi tra i gondolieri per chiamarsi a vicenda, sono Canela, Paneti, Pipeta, Occhi di Fata, Tatan, Pipa, Ponareti, Avocato, Forcheton, Mescola, Crea, Martin, Scoasser…

Pag. 192

Nei secoli passati i gondolieri erano riuniti in corporazione ed avevano la propria sede presso la Chiesa di S. Silvestro. Il mestiere di gondoliere veniva tramandato di padre in figlio. Oggi la nomina avviene dopo un concorso che si tiene periodicamente.
La gondola è stata, è e sar{ l’ ispiratrice di moltissimi artisti. Un gran numero di opere pittoriche e letterarie su Venezia pone la gondola, molto spesso, come indiscussa protagonista. Le piante e vedute prospettiche di Venezia, realizzate tra il XV e il XVII secolo, ritraggono, tra navi ed altri tipi di imbarcazione, le prime gondole che gareggiano, solcano i canali e fanno da seguito al Bucintoro13.
In ogni secolo vi fu chi esaltò la gondola e il suo gondoliere.


Uno tra i primi ad immortalare le antiche gondole nel Bacino di San Marco è stato Erhart Reuwich14, mentre il più celebre tra gli incisori è stato Jacopo de' Barbari, che nel 1500, rappresenta le imbarcazioni del tempo nella pianta prospettica a volo d'uccello, divenuta famosa per la fedeltà minuziosa di ogni particolare.
Nel panorama dell’epoca molti altri artisti presentano le proprie piante prospettiche. Basti ricordare Giacomo Franco15 e Giuseppe Heinz il Giovane16.
Al 1494 risale il primo dipinto in cui è rappresentata la gondola. L’opera è attribuita a Gentile Bellini17 e fa parte del ciclo del “Miracolo della reliquia della Croce” cui fanno seguito i teleri di Vittore Carpaccio18 e di Giovanni Mansueti19.


In questi dipinti si nota un’evoluzione della gondola che, dalle fattezze decisamente primitive, si perfeziona tanto che, sovente, Carpaccio raffigura anche il gondoliere, facilmente distinguibile dagli altri personaggi, per il suo abbigliamento.


13 Il Bucintoro è un’immancabile presenza in quelle panoramiche.
14 Famosa è la sua veduta prospettica di Venezia del 1486.
15 Egli è ricordato per la sua pianta risalente al 1597.
16 Egli è ricordato per la sua pianta risalente al 1650.
17 1429-1507
18 1455/56–1525/26
19 1485-1527

Pag. 193

Descrivere ed elencare tutte le opere pittoriche nelle quali appaiono la gondola e il gondoliere è complesso. Vale la pena citare quelle più significative:
“Liberazione di Arsinoe” (dipinto meglio conosciuto come “L'allegoria della gondola” e attualmente custodito nella Pinacoteca di Dresda).
Il Tintoretto20 dipinge una gondola intarsiata e dorata.
“Arrivo della Regina Cornaro”
L'Aliense21 mette in primo piano la figura del gondoliere.

20 Jacopo Robusti, 1518-1594.
21 Antonio Vassilacchi, 1556-1629


“Arrivo di Enrico III”
Nell’opera del Vicentino22, un corteo di dame assiste allo sbarco del Re di Francia con una sfilata di gondole.
“Incontro tra Alessandro III e il doge Ziani”
Nell’opera di Francesco Bassano23, le gondole si accalcano contro la riva della piazzetta, generando chiassose scene tra i gondolieri.
Nello sfondo del ritratto del doge Pasquale Cicogna, Leandro Bassano24 raffigura due gondolieri.
Seguono gli incisori Domenico Lovisa, il Coronelli, Michele Marieschi, Gianfrancesco Costa,
Gianbattista Brustolon, ricordati per i loro panorami arricchiti di gondole.
“Partenza della gondola”
In quest’opera di Gian Domenico Tiepolo25 le gondole appaiono con caratteristiche simili a quelle attuali e i loro conducenti indossano costumi costituiti da un berretto azzurro o giallo o rosso e da calze bianche.
Non va dimenticato nemmeno Gabriele Bella le cui opere26 sono veri documentari sugli usi e costumi dell’epoca. Il pittore, inoltre, è ricordato per la sua abilit{ nell’eseguire i ritratti dei gondolieri vincitori delle regate del XVIII secolo.

22 Andrea Michiel, 1539-1614.
23 Francesco Da Ponte, 1549-1592.
24 Leandro Da Ponte, 1557-1622.
25 1727-1804.
26 Raccolte nella Pinacoteca Querini Stampalia.

Pag. 194

195
I Vedutisti veneziani, soprattutto Canaletto e Guardi, sempre nel corso del 1700 raffigurano la gondola in tutto il suo splendore.
Nelle rappresentazioni del Canaletto27 si nota che le gondole e i gondolieri appaiono sempre ben distinti, anche nel groviglio delle barche.


Francesco Guardi28, con il tocco magico del suo pennello, esprime la più profonda poesia. Egli cura in modo magistrale l’espressione di tutti i personaggi raffigurati ma, particolarmente, le figure dei gondolieri. Nel suo capolavoro “Laguna29”, il gondoliere, stanco, dopo una lunga traversata, voga curvo.
Molti altri artisti che hanno reso omaggio al più singolare natante del mondo sono stati: Turner, Bonington, Caffi e Faretto, Monet, De Pisis.


27 Giovanni Antonio Canal, 1697-1768.
28 1712-1793.
29 Una piccola tela dedicata alla gondola

Pag. 195.


Anche la poesia e la letteratura da sempre sono espressione delle emozioni che la gondola riuscì a suscitare : furono composti innumerevoli lodi ed inni dedicati a quest’inimitabile imbarcazione dalla struttura romantica.
Come per la pittura, anche in questi campi, è difficile menzionare tutti gli autori.
Nel 1500 furono moltissimi gli scrittori e i poeti che condivisero con entusiasmo la passione verso questo splendido natante. Il più famoso, tuttavia, che merita di essere ricordati è il francese Michele de Montaigne che, nelle sue “Memorie30”, descrive con indubbio pathos i suoi molteplici viaggi a Venezia, entusiasmandosi nel ricordare i momenti passati sul Canal Grande a bordo della gondola.
Facendo un rapido salto nel XVIII secolo, Wolfango Goethe, nel 1786, afferma: “Questa gondola rassomiglia alla culla che dolcemente dondola...”.
Il Goldoni, poeta veneziano, elogia la gondola attraverso la bocca di un gondoliere:


Ma in sto nostro paese benedetto
dove regna il buon gusto e la ricchezza
più della vanità, più del diletto,
comodo vero e libertà si apprezza.
Voleu farve varar? andè a un traghetto,
subito montè in barca con franchezza;
co se vol la carrozza e 'l savè vù.
Se sè straco, andè in barca e stè là,
collegheve sul trasto e po dormì;
comodo come in leto stravacà
podè intorno girar la note el dì,
leser, bevar, magnar, tuto se fa;
ma la carrozza no la xè cussì;
se salta, se se sbate; se stracola,
no se sente dal strepido parola.

Oltre che ispirazione di poesie e opere letterarie, la gondola è stata messaggera e testimone di grandi amori nonché complice di innumerevoli vicende amorose. Pompeo Molmenti, cultore di storia veneziana, descrive la gondola come “Asilo di dolci peccati, ausiliatrice di trepidi amori”.
Un poeta dialettale, Antonio Lamberti31 è ricordato per la “Biondina in gondoleta”, conosciuta e cantata in tutto il mondo. Anche Pietro Buratti32 riesce a cogliere la poesia ispirata dalla gondola e scrive la canzonetta “La barchetta”, cantata dal popolo. Negli ultimi versi si nota come l'autore descrive il gondoliere del settecento, ma bisogna affermare che la figura del famoso conducente è rimasta la stessa nel corso dei secoli:

30 Opera del 1580.
31 1757-1832.
32 1772-1832.

Pag. 196

La note xe bela,
fa presto Nineta,
andemo in barcheta
i freschi a chiapar.
E Toni el so remo
l'è atento a menar.
Nol varda, nol sente
L’è un omo de stuco
Da gonzo, da cuco,
a tempo el sa far.

Anche nel 1800, Riccardo Selvatico33, poeta, Consigliere Comunale e poi Sindaco di Venezia, nel suo capolavoro della lirica veneziana “La Regata”, cita, con enfasi , tutte le barche dando un tono particolare alle gondole.
Ettore Bogno34, eccellente poeta dialettale, ne “La gondola vecia”, dedicò malinconici versi alla gondola:

Dentro d’un rio che sboca in Canalasso
a na s-ciona de fero incaenada
da mesi e mesi a l'ombra de un palasso
stava na vecia gondola fruada.
Rusene el fero, come un caenasso,
senza pagioi né forcole, imberlada,
col trasto e le sentine in gran sconquasso la stava là da tuti sbandonada.
Geri un'ondada de tramvai potente
la ga sfassada e, rota la caena,
La l'à despersa a tochi per el rio...
cussì a sto mondo: tanta bona zente
per ani e ani sgoba, strussia, pena...
un zorno le sparisse... e xe finio.

Infine, anche Albano Baldan, George Byron, Bepi Larese, Raffaele Michieli, Domenico Varagnolo, e Riccardo Wagner, assieme a molti altri, ne furono ispirati dal famoso natante.
In epoca moderna vanno annoverati gli scrittori Diego Valeri e Aldo Palazzeschi35 che scrisse: “La gondola è oggi un'espressione d'arte e di poesia: l'anima di Venezia”.

33 1849-1901.
34 1873-1955.
35 Al secolo Aldo Giurlani.

Pag. 197


La Regione del Veneto, tutela e promuove la denominazione d’origine delle imbarcazioni in legno tipiche e tradizionali della laguna di Venezia in quanto patrimonio della storia e della cultura secolare di Venezia.
La laguna di Venezia è costituita dal bacino demaniale marittimo di acqua salsa che si estende dalla foce del Sile (conca del Cavallino) alla foce del Brenta (conca di Brondolo) ed è compreso fra il mare e la terraferma.
Essa è separata dal mare da una lingua naturale di terra fortificata per lunghi tratti artificialmente, in cui sono aperte tre bocche o porti, ed è limitata verso terraferma da una linea di confine marcata da appositi cippi o pilastri di muro segnati con numeri progressivi.
Tale linea delimita il territorio lagunare nel quale debbono essere osservate le norme e le prescrizioni contenute nella presente legge a salvaguardia della laguna.”
(Art. 1 della legge 5 marzo 1963, n.366)

Il Marchio delle Imbarcazioni in legno tipiche e tradizionali della laguna di Venezia è stato istituito e disciplinato dalla Legge Regionale , n. 1 del 1996. Esso è registrato e depositato presso l’Ufficio per l’Armonizzazione del Mercato Interno di Alicante al n. 002065860.
Il marchio delle imbarcazioni in legno tipiche e tradizionali della laguna di Venezia è attualmente gestito dalla Camera di Commercio di Venezia.
Le imbarcazioni tutelate dal Marchio sono:
- Sandolo;
- Mascareta;
- S’ciopon;
- Puparin;
- Gondola;
- Topo;
- Topa;
- Sanpierota;
- Batela;
- Caorlina;
- Batelon;
- Peata;
- Gondolino;
- Cofano;
- Bragosso;
- Imbarcazioni tipo taxi nelle varie dimensioni
Il Marchio prevede che suddette imbarcazioni debbano essere costruite secondo i criteri strutturali stabiliti dal testo di G. Crovato, M. Crovato e L. Divari, Barche della Laguna Veneta36, e utilizzando i materiali indicati per ognuna di esse nelle schede allegate al Regolamento d’uso e divise in quattro categorie:
- barche da lavoro e trasporto e pesca di stazza medio-grande; - barche da lavoro e trasporto e pesca di stazza medio-piccola; - barche tradizionali destinate esclusivamente alle attività agonistiche; - imbarcazioni di tipo taxi.

36 Venezia 1980.

Pag. 198


L’uso del marchio è consentito altresì per gli accessori indicati nell’allegato alla L.R. 16 gennaio 1996, n. 1, punto 2) costruiti con le forme e con i materiali tradizionali della Laguna di Venezia, di seguito riportati:
- alberi; - timoni; - accessori della gondola; - remi; - forcole.
Sono considerati complementi degli alberi gli apparati velici imbarcazioni “al terzo” realizzati con le tecniche e le colorazioni tradizionali.
Le aziende concessionarie sono autorizzate all’utilizzo del marchio collettivo secondo le norme stabilite dal regolamento ed in modo conforme al manuale “Immagini e Norme d’uso”.
L’art. 14 della legge regionale 7 aprile 2000, n. 16 – Norme generali in materia di marchi regionali – ha delegato alle Camere di Commercio territorialmente competenti, la gestione dei marchi di cui la Regione del Veneto è titolare.

Pag. 199

200
In occasione della manifestazione benefica intitolata “La gondola della solidariet{”, nella prima mattina di giovedì 13 maggio 2010 ha preso il via una escursione su gondola a quattro remi che, partendo da Venezia puntava a Praga. In occasione di questo importante evento, il maestro Pino Signoretto ha voluto realizzare qualcosa di speciale attinente all’imbarcazione tipica della Laguna.
Una volta giunta a Praga, infatti, la gondola è stata allestita con gli splendidi accessori in vetro di Murano creati dal maestro: ferro di prua, forcola e cavalli che hanno arricchito la gondola alata poi nella Moldava in prossimit{ dell’antico Ponte Carlo.
La cerimonia si è svolta alla presenza del sindaco di Praga, di un folto pubblico e con la partecipazione dei vogatori delle società remiere Voga Veneta Mestre, Voga Riviera del Brenta e dei colleghi tedeschi, austriaci, svedesi e spagnoli di remiere gemellate con quelle veneziane.
Nient’ altro, purtroppo, si sa in merito alla maestosa realizzazione del maestro Pino Signoretto che in merito non ha rilasciato alcuna intervista.



Pag. 200



5
L’ALTRA FACCIA DEL VETRO ARTISTICO DI MURANO

Pag. 201


Il vetro di Murano e il Made in Italy
Credo che l'essere umano unisca in sé tutti gli aspetti della natura e sia il massimo livello di compimento. Unisce nell'ambito del mondo animale anche delle doti intellettuali, delle doti culturali, la capacità di comunicare, l'interesse e la curiosità di conoscere.
Tutto quello che è l'aspetto culturale e l'intelligenza
Andrea Pininfarina

Pag. 202


L’ultima parte del lavoro si conclude con una intervista. La decisione deriva dalla necessit{ di riportare una vera e propria testimonianza di una persona che vive a contatto con il vetro da sempre, e lo ama.
L’Amministratore Delegato alla Venini, il Dott. Renzo Rioda, ha gentilmente concesso un’intervista molto interessante per quanto concerne il contenuto, ma con una interpretazione degli scenari che differisce da quanto emerso sinora. Mi riferisco al modo di concepire Murano e i suoi contatti, le sue relazioni e connessioni con tutto ciò che le è esterno e, quindi, sulla definizione di “Vetro Artistico di Murano”. Si potrebbe parlare di visione Murano-centrica: Murano e solo Murano è sede della produzione vetraria per eccellenza e nulla altro, neppure la terraferma veneziana, come, invece, nel corso del lavoro si è voluto sottolineare, seguendo un pensiero socio-economico che sempre più sta prendendo forma nella nostra realtà.
Essendomi trovata personalmente di fronte a un bivio netto, sono giunta a pensare che, a seconda dell’approccio che si prende, le due definizioni sono entrambe corrette. Da una parte domina il cuore, l’orgoglio di essere muranese e lavorare il vetro di Murano nell’isola, dall’altra domina una teoria socio-economica aperta ad una visione del mercato aperto e di frontiere abolite. in questo modo si dà la possibilità al sapere di diffondersi e acquisire nuove conoscenze. Ma di questo ne ho già ampiamente parlato.
Prima di lasciare spazio al contenuto dell’intervista, però, desidero fare una piccola chiosa e riportare una interessante testimonianza che, in chiave più larga, entrando nel tema vastissimo del Made in Italy, sembra provare profonda ostentazione nei confronti di una troppo rigida localizzazione del prodotto qualora si voglia definirne l’originalit{.
Come si vedr{ a breve, il tema del Made in Italy , purtroppo, lascia tutt’oggi moltissimi dubbi e incertezze.
Qui di seguito viene riportato il racconto di un artista vetraio muranese che, trasferitosi in Giappone e portando con sé tutte le conoscenze sulla lavorazione del vetro, gli strumenti originali per lavorare e le materie prime, è desolato nel constatare che la sua lavorazione non è riconosciuta come Made in Italy. Anche qui si aprono interrogativi a non finire, per non parlare poi delle numerose diatribe politiche che sono tutt’ora in corso per la definizione di questa categoria, un campo ancora troppo ampio, poco definito e, soprattutto, dagli aspetti troppo diversi tra loro per poter giungere ad una definizione che soddisfi tutti i settori coinvolti senza lederne alcuni.

Pag. 203


“[…] Sono nato a Venezia e vivo in Giappone da 16 anni.
Sono cresciuto all' isola di Murano[…].
E' dall' eta di circa 5 anni che sono sempre a contatto con il vetro, lavorandolo, vendendolo e soprattutto amandolo[…].
A Tokyo e precisamente a Kichijoji dove ho un mio negozio e il mio laboratorio. Circa 13, 14 anni fa ho cominciato a lavorare con i grandi magazzini, dove sono stato fra i primi, se non il primo in assoluto ad esporre i vetri veneziani e soprattutto perle veneziane. All'inizio è stato un difficile e faticoso perché la gente non conosceva bene il vetro ed era abituata a comperare i soliti vetri standard che si vendono nei negozi di souvenir a Venezia.
Con un po' di pazienza sono riuscito a farlo apprezzare e farlo conoscere ad una clientela sempre maggiore. Finalmente il vetro si è cominciato a vendere e quindi, alcuni commercianti, vedendo le possibilità che stanno dietro ai vetri veneziani, hanno deciso di approfittare del momento e imitare il mio lavoro. Niente di strano nel commercio.
Però anche loro volevano entrare nei grandi magazzini e, naturalmente ci sono riusciti senza grossi problemi. In Giappone purtroppo, ma è cosi in tutte le parti del mondo, i Giapponesi sono considerati con molta più importanza che non noi, stranieri, e vengono cosi privilegiati quando si tratta di scegliere gli espositori per le fiere importanti.
Adesso qualsiasi persona che ha problemi con il suo articolo, vende, il suo articolo e vetro veneziano, cosicché il vetro si vede un po’ dappertutto, ma naturalmente non conoscendo la merce, comprano a casaccio qua e l{ quindi, spesso anzi, troppo spesso , si vedono delle cose fatte chissà dove a prezzi che rasentono il prezzo dei diamanti e spesso non è fatto neanche a Venezia ma Cina, India etc.
Non basta andare in Italia e comperare la merce lì per essere sicuri di avere merce italiana, bisogna conoscerla e saperla scegliere anche perché quasi il 50% dei vetri venduto a Venezia purtroppo è fatto in Cina.
Da un po' di anni, questi commercianti, piano piano si sono fatti forti e importanti commerciando vetri veneziani e poi vedendo, anche come io lo lavoro e lo preparo ho aiutato loro a riconoscere la qualità e addirittura consigliando loro anche degli artigiani e maestri a Venezia ai quali rivolgersi. Resi autonomi io non ero più necessario e hanno cominciato in diversi modi di boicottarmi per poter essere loro al mio posto e trarre tutti i profitti del mio lavoro e quelli che il nome dell'artigianato veneziano può offrire.
Ciononostante sono riuscito, in qualche maniera, a far fronte ai vari problemi che cominciavano ad arrivare, creando nuove tecniche di lavorazione e linee nuove appositamente disegnate per il cliente giapponese. Come saprete benissimo, nelle fiere italiane e inglesi è sempre più difficile sapere e distinguere qual è la qualità vera e quali invece sono delle semplici imitazioni.
Per questo motivo, i grandi magazzini si fanno esibire le fatture di origine della merce. Un modo giusto e in parte corretto per verificare la provenienza della merce ma che in un certo senso mi preoccupa.
Con questo sistema i vari dirigenti dei grandi magazzini vengono a conoscenza dei miei fornitori e possono, volendo, far conoscere questi ad altri commercianti e alla mia concorrenza. Ho motivo di credere che ciò sia anche in parte successo.
Dopo decenni di pratica fatta a Venezia e in Giappone, sono in grado di eseguire qualsiasi tipo di perla veneziana.

Pag. 204


Per mostrare meglio e far capire il mio lavoro ho allestito un laboratorio a Kichijoji. Il vetro è importato da Murano e gli attrezzi che uso sono fatti a Murano. I forni che uso sono fatti a Murano e io che produco le perle, sono Veneziano. Ho ricominciato a fare le mie perle qui, perché vivo qui’ in Giappone ma naturalmente le faccio anche nel mio laboratorio a Venezia quando ci vado, 2/3 mesi all’ anno. Per la maggior parte in Giappone li faccio durante le fiere come dimostrazione.
Quest' anno i grandi magazzini mi hanno detto con mia grande sorpresa e incredulità che non posso partecipare alla fiera italiana perché il mio prodotto non e' Made in Italy. Mi dispiacerebbe tento che questo problema si ripetesse anche per altri grandi magazzini lasciando così spazio a commercianti Giapponesi e discriminando un maestro vetraio Muranese. Senza parlare poi dei prezzi che salirebbero alle stelle.
Io capisco che se una cosa è prodotta o finita in un certo paese, prende il "made in" dell' ultimo paese toccato.
Però se il prodotto è fatto da un singolo artigiano o da un artista e vende solo ed esclusivamente il suo manufatto, non può essere considerato come qualsiasi altro oggetto commerciale.
L' artigianato è diverso dal commercio.
Io produco la stessa cosa se sono seduto a lavorare il Italia o per esempio in Uganda. Ho portato in Giappone, direttamente dall’isola di Murano, attrezzature per effettuare dimostrazioni agli eventi italiani […].
Sono l’ unico maestro perlaio presente in Giappone che possa mostrare questa arte, anche perché quasi nessuno vuole venire via da Venezia.
E' assai umiliante sentirsi dire che il mio prodotto è giapponese e non veneziano. Purtroppo non ho nessuno che mi possa difendere o supportare la mia posizione[…]. Il mio prodotto esce dalle mie mani, da semplici bacchette di vetro veneziano che io stesso fondo per creare delle perle uniche, usando tecniche di lavorazione imparate dai maestri di Murano e dal mio sentimento per Venezia.
Dalle cose fatte con le mie proprie mani non può uscire merce giapponese o americana o di qualsiasi altra nazionalità. Sono, e sono fiero di essere Italiano "Veneziano" amo il vetro e tutta la tradizione del vetro veneziano e sto cercando con tutte le forze di fare delle cose uniche e irripetibili come da tradizione.
Però mi sento frustrato da questa situazione equivoca e contraddittoria. Non so veramente cosa fare. Vedendo poi, che nelle fiere Italiane spesso si spacciano anche vetri che non hanno neanche mai visto “la fotografia” ,di Venezia.
Pensavo anche di restituire al governo Giapponese il mio visto permanente e di venire qui in Giappone come turista e fare dimostrazioni del mio mestiere, in questo modo il mio prodotto sarebbe senza ombra di dubbio Made in Italy.
Ma cosi facendo andrei incontro ad ulteriori problemi e non vedo motivo valido. Perché non c’è il Made in Italy sui: “spaghetti al nero di seppia”, piatto tipico della cucina Veneziana? Se il lavoro di un artigiano italiano non può essere venduto nei grandi magazzini perché non made in Italy, anche i cuochi, pizzaioli e pasticceri non dovrebbero chiamare la carbonara, carbonara, la vera pizza napoletana, vera pizza napoletana e il tiramisù tiramisù e venderle come tali.
Anche questi prodotti non sono preparati in Italia e nemmeno gli ingredienti usati sono italiani, eppure, non ci sono problemi nel presentarli come eventi italiani.
Questo non è giusto, la regola dovrebbe valere per tutto e per tutti.

Pag. 205

Cuochi e pasticceri sono esattamente come gli artigiani e gli artisti, i loro prodotti possono essere fatti solo da loro […].
Se sono in Giappone non posso essere in altri posti ma, io sono sempre io dappertutto la carbonara è sempre la carbonara anche se mangiata a Timbuktu “più o meno buona”.
Un’ altra cosa che vorrei sottolineare è che, se certe perle non le faccio io personalmente con le mie mani, nessun altro me le fa come voglio io.
Non sono interessato ai semplici guadagni , mi accontento di quello che ho come sempre pero', visto che devo vivere qui ancora per un po' di tempo, voglio cogliere l'occasione di mostrare ai Giapponesi che cosa è veramente il nostro vetro veneziano. Voglio farlo con fierezza Italica senza essere zittito perché il mio prodotto oramai e un "Made in Japan".
Dovrei forse tornare a Venezia per vendere perle veneziane "Made in Japan"? E' semplicemente inconcepibile. Non credo che all'estero ci siano molti Veneziani professionisti che possano mostrare queste tecniche anzi, credo, che anche pur andando a Venezia non potrete mai vedere come si fa vera perla veneziana. Tutto segreto al massimo fanno vedere una dimostrazione e fine ma il vero lavoro e molto molto difficile.
Pare quasi che solo insegnare la lingua italiana fare la pizza a vendere alta moda sia importante e lo sono naturalmente, però...
Purtroppo gli artigiani sono sempre maltrattati, abusati e schiacciati dal commercio, è un peccato”.

Pag. 206

Il Presidente di Confindustria, recentemente ha affermato che "in un momento di crisi economica, finanziaria, dell'euro e politica, siamo convinti che la vera forza del Paese sia rappresentata dalle aziende del Made in Italy".
Con l’espressione Made in Italy ci si riferisce al processo di rivalutazione della produzione artigianale ed industriale italiana che, dagli anni ’80, ha portato i prodotti italiani ad eccellere nella competizione commerciale internazionale.


Per la tutela del Made in Italy, già nel 1990 era stato creato il marchio “100% Made in Italy” grazie all’ istituto per la Tutela dei Produttori Italiani. Il sistema di certificazione permetteva ai produttori di distinguere le loro creazioni da quelle di dubbia provenienza italiana, dando certezza al consumatore finale sull'origine e la qualità. Il marchio, tutt’oggi usato, certificando il valore del prodotto di qualità, realizzato interamente in Italia, lo rende unico e correttamente apprezzato dal consumatore. Il marchio viene rilasciato dopo un’attenta serie di controlli sulla qualit{, lo stile, i materiali e molte altre fasi di produzione.
I prodotti che possono vedersi attribuire il marchio devono presentare le seguenti caratteristiche:
„h fabbricati interamente in Italia;
„h realizzati con semilavorati Italiani;
„h costruiti con materiali naturali di qualita e di prima scelta;
„h realizzati con disegni e progettazione esclusivi dell'azienda;
„h costruiti adottando le lavorazioni artigianali tradizionali tipiche italiane;
„h realizzati in osservanza dei criteri di sicurezza;
„h realizzati in osservanza delle norme sull¡¦igiene.

PAG. 207


PER I PRODUTTORI
LA CERTIFICAZIONE L'istituto per la tutela dei produttori Italiani ha elaborato un disciplinare, in base al quale , le Aziende che producono interamente in Italia , possono ottenere la certificazione e quindi la possibilita di usare i relativi segni distintivi.

I PRODOTTI CHE IL PRODUTTORE INTENDE COMMERCIALIZZARE, USANDO I MARCHI ED I SEGNI DISTINTIVI "MADE IN ITALY CERTIFICATE", DEBBONO AVERE I SEGUENTI REQUISITI:

„h fabbricati interamente in Italia;
„h realizzati con semilavorati Italiani;
„h costruiti con materiali naturali di qualita e di prima scelta;
„h realizzati con disegni e progettazione esclusivi dell'azienda;
„h costruiti adottando le lavorazioni artigianali tradizionali tipiche italiane.

Inoltre, devono essere:

„h realizzati in osservanza dei criteri di sicurezza;
„h realizzati in osservanza delle norme sull¡¦igiene.

Marchio proprio Fabbricati interamente in Italia Costruiti con materiali naturali di qualita e di prima scelta Realizzati con modelli esclusivi dell'azienda Costruiti adottando le lavorazioni artigianali tradizioni tipiche italiane

PROCEDURA PER LA CERTIFICAZIONE E ISCRIZIONE NEL REGISTRO NAZIONALE PRODUTTORI ITALIANI

1. richiesta di Certificazione da parte della Ditta
2. prima istruttoria da parte dell'Istituto;
3. invio alla Ditta del modello C del disciplinare e della relativa appendice di settore;
4. la Ditta invia il modello C del disciplinare ed appendice regolarmente compilati;
5. definizione dei segni distintivi;
6. rilascio della Certificazione valevole per 12 mesi; il marchio della Ditta sara quindi iscritto nel Registro Nazionale Produttori Italiani;
7. visita ispettiva.

SEGNI DISTINTIVI MADE IN ITALY CERTIFICATE

Pag. 208


PER IL NEGOZIANTE

LA CERTIFICAZIONE
Le merci interamente prodotte in Italia, già da alcuni anni hanno la certificazione che ne stabilisce il 100% produzione italiana, inoltre la garanzia sulla qualità e sullo stile italiano. Con la Certificazione il negoziante è certo del vero origine del prodotto italiano. L'Istituto non garantisce che le comuni etichette made in Italy ne rappresentino il vero prodotto italiano in assenza dei segni distintivi dell'Istituto.
I SEGNI DISTINTIVI
Il segno distintivo principale sui prodotti è costituito dalla

Il segno distintivo porta sempre il marchio anti contraffazione e il numero successivo per ogni prodotto.
Il marchio
rappresenta l'iscrizione del marchio Italiano al Registro Nazionale dei Produttori Italiani, ed è posto in sostituzione o in affiancamento alla ® di registered. Per i cartelli vetrina, per i segnaprezzo e per le vetrofanie, il negoziante può richiederle al proprio produttore certificato. Nessun costo sarà chiesto o addebitato al negoziante.
TRACCIABILITÀ
Ogni negoziante può accertare la vera origine del prodotto italiano se certificato, sul sito www.madeinitaly.org. Può verificare se il marchio dell'Azienda è vero marchio Italiano e per ogni prodotto può accertare la vera origine inserendo il codice di numerazione successiva.

PER IL CONSUMATORE

LA CERTIFICAZIONE
Perchè il consumatore possa avere certezza e garanzia sulla vera origine e qualità del prodotto italiano, l'Istituto ha emanato il Certificato 100% MADE IN ITALY. Tutte le merci che hanno i segni distintivi 100% made in Italy possono considerarsi vero prodotto italiano. Solo i negozianti in possesso delle vetrofanie, dei cartelli vetrina e dei segnaprezzo con il marchio 100% made in Italy, sono ufficialmente autorizzati alla vendita del vero prodotto italiano.

I SEGNI DISTINTIVI

Sul prodotto Sull'imballo etichetta adesiva Sui negozi
TRACCIABILITÀ Ogni consumatore può accertare la vera origine del prodotto italiano se certificato, sul sito www.madeinitaly.org. Può verificare se il marchio dell'Azienda è vero marchio Italiano e per ogni prodotto può accertare la vera origine inserendo il codice di numerazione successiva.

Pag. 209

La definizione del marchio Made in Italy segna un grande passo in avanti nella tutela dei prodotti italiani seppure vi siano ancora numerosi problemi irrisolti che rendono difficile la corretta definizione. Seppur, infatti, anche grazie al sostegno della Comunità Europea siano state individuate delle categorie merceologiche cui attribuire la definizione Made in Italy (industria della moda, industria automobilistica, artigianato, industria alimentare, manifatturiero, tessile, oreficeria, industria cinematografica) 1, questi settori sono ancora troppo poco definiti nello specifico, in quanto al loro interno non è chiaro quali prodotti possono o non possono essere inseriti.
L’esempio del vetro può essere preso a modello. Il vetro artistico di Murano è un prodotto artigianale che oggi eccelle nella competizione commerciale internazionale, guadagnando una fama ed un vantaggio invidiabile rispetto ad altre produzioni vetrarie europee o internazionali.
È un prodotto pensato, disegnato e realizzato da artisti italiani e il processo di realizzazione è gestito da un’imprenditoria sempre italiana. Per di più il prodotto vetrario muranese ha una storia e una secolare tradizione alle spalle che, di sicuro, accentua ulteriormente il suo pregio.
Il prodotto in vetro di Murano presenta dunque tutte le caratteristiche per essere introdotto all’interno della categoria “artigianato” e vedersi attribuire il marchio del Made in Italy. Ma, purtroppo, questo non rispecchia la realt{. Anzi, a quanto sembra, la strada per l’assegnazione del marchio sembra ancora assai lunga.
Viene spontaneo domandarsi il perché. La risposta è semplice. La legge ha definito solo le norme di applicazione senza porre attenzione, prima di tutto, nell’oggetto nella sua essenza. Inoltre, non ha ancora considerato che, nell’era attuale, l’apertura dei mercati oltre che a far circolare le merci, favorisce la circolazione degli artisti o dei lavoratori che, molto spesso, lasciano la loro nazione alla ricerca di opportunità migliori pur rimanendo sempre legati alle loro tradizioni e alle loro conoscenze. La testimonianza del giapponese ne è l’esempio.
Ma c’è un problema maggiore che riunisce le problematiche appena descritte: la legge italiana si prodiga esclusivamente per la tutela di determinati prodotti italiani, quei prodotti che tengono in piedi l’economia e garantiscono il mantenimento del mercato italiano nella scena internazionale: settore tessile, abbigliamento e calzaturiero. In tutti gli altri settori, il sostegno politico è ancora ben lontano.
Quanto detto sinora è confermato da recenti sviluppi politici mirati che si concludono con la proposta di legge del 10 Dicembre 2009 che ha provveduto a definire, con grande orgoglio da parte dei deputati che l’hanno redatta, i settori meritevoli di ricevere l’identificazione Made in Italy. Tessile, abbigliamento e calzaturiero.
La proposta ha potuto contare sul decreto legislativo 25 Settembre 2009, legge n°135 relativo alle “Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunit{ europee”.
Già in precedenza, infatti, il sottosegretario allo Sviluppo economici Stefano Saglia aveva ribadito2 la necessità, per queste tre categorie, di un regolamento europeo atto a disciplinare il “Made in” così da arginare il fenomeno della concorrenza asiatica. Secondo il sottosegretario “"l'adozione del 'Made in' è quello che potrebbe tutelare di più il consumatore perché l'utente finale conoscerebbe la reale provenienza del prodotto".
La produzione italiana non è solo scarpe, abiti e tessuti. L’Italia da sempre vanta prodotti artigianali con tradizioni e trascorsi secolari, riconosciuti e invidiati da tutto il mondo. Degni di forme di tutela e valorizzazione finora non riconosciute.

1 A livello politico nazionale, il sostegno per la tutela del Made in Italy sembra ancora essere lontano per la maggiorparte delle categorie sopra elencate. Nel corso del capitolo si vedrà che la legge italiana tutela solo tre categorie commerciali: abbigliamento, calzature e tessile.
2 Ci si riferisce ad una interrogazione del sottosegretario alla Camera in merito alle misure da adottate per proteggere il mercato italiano dall’arrivo massiccio di prodotti asiatici.

Pag. 210

Parte
Quinta
da pag. 182
a pag. 230

MURANO GLASS Home Page | Info | Oggettistica | Illuminazione | Specchi Cornici | Bijoux | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu